Recensione su Il Chiasmo dei libri

Una nuova recensione ed un nuovo ringraziamento! Questa volta ad Ilaria Guidantoni ed al suo blog Il Chiasmo dei libri!

“Un romanzo gotico lo ha definito l’autrice quando me lo ha regalato in occasione della presentazione a Roma del Premio Malerba (del quale si è parlato in questo blog) che si è aggiudicata con questo racconto di formazione. Se l’atmosfera ha un fondo tenebroso e cubo, con punte di morbosità, i colpi di scena in stile noir non ne caratterizzano a tal punto l’impianto. Resta, a mio parere, un romanzo classico che attinge alla tradizione francese, tedesca e inglese ottocentesca e primi Novecento per la struttura e l’evoluzione del giovane protagonista, seguito sia sotto il profilo psicologico, sia intellettuale e delle vicende amorose. Le fonti sono evidenti, palesate dall’autrice nel gioco della maschera che nascondendo rivela, come i nomi che riecheggiano, in parte anagrammati, personaggi noti della tradizione letteraria soprattutto francese. Un gioco che sarebbe interessante comprendere nello spirito: interattività con il lettore e quindi puro intrattenimento? Esercizio di ironia? Gusto accademico della citazione? L’ironia è sottile e pervade con qualche nota grottesca la vicenda, soprattutto con l’uso dell’ossimoro simbolico, a cominciare dal paese nel quale si ambienta la storia, Vraibourg, letteralmente paese vero, autentico; in effetti il regno dei bugiardi. Le letture e la formazione dell’autrice sono visibili nell’organizzazione della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nella simbologia del bosco-labirinto, del castello, della lavandaia e rammendatrice con allusione all’atto purificatore – basti pensare alla condanna delle ‘ragazze peccatrici’ in “Magdalene” – che in questo caso è però una doppia negazione. Altro elemento degno di nota, nel quale l’esercizio di Veronica Conti è impeccabile, l’analisi della falsa società di provincia, perbenista e cattiva. La crudeltà, oltre che la falsità, è la cifra che domina l’ambiente, una ferocia che si rivolge come un’autocondanna da parte di ogni personaggio verso se stesso.

Il pregio migliore di questo libro che ha molti aspetti inattuali è lo stile e il linguaggio, decisamente moderni. Una prosa asciutta, lineare, essenziale, con alcuni spunti graffianti e originali, che fanno scivolare le pagine senza inceppamenti e guidano, sostenendo la storia fino alla fine. Alcuni passaggi meritano davvero come quando scrive “Lei si insinuò nella crepa della sua voce”; o “Lui se n’andò, il volto sfregiato da un sorriso”; o ancora “…le maldicenze che la signora Rougon macinava come i grani del rosario”.

Etienne un giovane istruttore cresciuto in collegio è invitato a fare da precettore in un castello in Normandia, a’ La Guyenne, presso il figli, Dorian, dandy bizzarro di un vecchio padre burbero vedovo e austero come gli ambienti nei quali vive. E’ Tancrède, il principe, che ha pagato l’istruzione dello stesso Etienne e che ora lo vuole con sé. Gli incontri soprattutto al femminile sveleranno a Etienne il mistero che si cela dietro questa famiglia e che lo concerne in via diretta con un crescendo pirotecnico, fino alla deriva surreale e quasi grottesca, nelle cui maglie resterà impigliato il protagonista, arreso spettatore e per questo connivente di tanto marciume. Fanno da sfondo la natura cupa del luogo, freddo e nebbioso; il bosco scuro e misterioso; le stanze fredde e volutamente poco riscaldate ed essenziali del castello dove vengono serviti pasti più che frugali; mentre all’esterno è tutto un cicaleccio di voci e pettegolezzi roventi di una violenza inaudita che simbolicamente si ritrovano nell’ostentazione del perbenismo domenicale alla messa.

Sarebbe interessante sapere dall’autrice la ragione dello spostamento del piano alla fine, soprattutto nell’epilogo, dal protagonista a quella che si rivela essere suo malgrado la famiglia, fino a rincorrere gli epigoni di una vicenda laterale come a sottolineare l’esito perverso delle rivelazioni. Che cosa ne è invece di Etienne? Cosa accade nei meandri della sua mente e soprattutto del suo cuore? Quel sondino che era sceso in profondità a seguirlo fin dalle prime pagine si ritira e lo inquadra da uno zoom un po’ lontano. Cosa rivela questa scelta?

Infine mi resta un dubbio: Etienne e Ophélie  decidono di darsi del tu nella prima conversazione: “Diamoci del tu. Non siamo coetanei?” (p. 33). Solo che poi le conversazioni proseguono con il lei finché si dice “Gli aveva dato del tu per la prima volta” (p. 93). Perché questa visibile incoerenza? Che gioco nasconde?”

Da: http://ilchiasmodeilibri.blogspot.it/2012/08/le-nebbie-di-vreronica-elisa-conti.html

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